...I Care
Sono le facce di 364 ebrei italiani finiti nei lager (…). Le ha messe on line il Centro di documentazione ebraica contemporanea, per la Giornata della memoria. E chi va su www.cdec.it/voltidellamemoria/ può restarci parecchio. (…) Ci sono i bambini. Solo da Roma, ne deportarono 288 (ne tornò uno solo). E non puoi non pensare come fu che li strapparono ai parenti, li incolonnarono, e con quali rauche grida straniere li fecero salire sui camion. Non puoi non pensare cosa fu, nel brutale tramestio del rastrellamento, staccarsi dal padre, e avvinghiarsi alla mano di una sorella di poco più grande, che sussurrava materna: non aver paura. Partire stringendo in mano un orsacchiotto, disperatamente, come un ultimo brandello di casa. Poi, su quei treni, non sappiamo. Il film si ferma, l’immaginazione si oscura – forse perché non tolleriamo di sapere. Che le vedano i nostri figli, le facce di quei vecchi inermi, e di quei bambini. Che facciano questo doloroso sbalordito tuffo in una memoria che, se a noi pare lontana, è in realtà così breve: quei ragazzi andavano a scuola con i nostri genitori. 66 anni, nei millenni della storia, sono un soffio. L’Olocausto – il cuore del male, il genocidio sistematico, scientifico, pianificato – è stato appena ieri. Che sappiano, i figli. Che non siano troppo, ottusamente tranquilli. (…) Che li guardino, i nostri ragazzi, quei bambini. Che sussultino, riconoscendoli familiari. Che siano, dal loro destino, almeno per un momento feriti. Ci sono ferite necessarie, che occorre lasciare aperte. Occorre lasciarsi ferire e ricordare per stare svegli, per restare uomini. di Marina Corradi - Avvenire - 27 gennaio 2010
Marina Corradi
Auguri a

Eleonora Curtaz - 03 febbraio
Sharon Bieller - 04 febbraio
Stefano Grosjacques - 04 febbraio
Giulia Vicquéry - 04 febbraio
Intervista a Cleofa


Il Nobel per la Pace Elie Wiesel, sopravvissuto alla Shoah, ha parlato alla Camera dei deputati nel Giorno della Memoria, e ha detto: “Devo confessare che nutro anche una certa frustrazione: i testimoni hanno parlato e il mondo si è rifiutato di sentire, di ascoltare, di imparare. Altrimenti come possiamo comprendere la Cambogia, il Ruanda, la Bosnia, il Darfur?”. Cosa ne pensi, Cleofa? E’ come dire che queste parole non sono solo riferite ad un ieri ormai passato, ma sono parole che interpellano noi oggi. Anche il Vangelo pone la stessa urgenza dell’oggi. Gesù dice ai suoi ascoltatori e a noi: “Questa Scrittura si è compiuta oggi”. Gesù non dice: "ieri", e neppure: "domani". Gesù dice: "oggi". Una nuova possibilità di vita evangelica non sta nel passato e non sta nel futuro ma è alla nostra portata, oggi.

La reazione dei compaesani di Gesù però è la diffidenza… Sì, e per questo chiedono un miracolo. La chiesa sembra aver ereditato il tragico destino di non capire i suoi profeti. Quando si preferiscono i miracoli alla parola di Dio, quando non si dà spazio alla parola a volte scomoda dei profeti, la comunità diventa, prima o poi, vuota di Gesù, come quella sinagoga di Nazareth.

Diceva un prete, amareggiato per il suo trasferimento dalla parrocchia in cui lavorava con e per gli immigrati: “Finché fai beneficenza tutti ti applaudono, se inizi a lavorare per i diritti, diventi fastidioso”. Si è vero sono tempi bui per la società e per la chiesa. Forse perché non abbiamo più orecchi per i profeti.

E forse ha ragione anche Elie Wiesel, deportato ad Auschwitz numero A7713, quando dice di non essere tanto preoccupato perché crede che chiunque ascolti un testimone diventa un testimone. Sì, possa essere così anche per noi.
a cura di Geremia Momo
30 gennaio 2010 - Email n°5 [Archivio]
Accetta i tuoi limiti da ogni parte. Il limite dà la forma, che è una condizione della plenitudine. (Jean Guitton)

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