...I Care
Si fa sempre più urgente una seria riflessione sugli aspetti concreti e quotidiani della presenza in un determinato paese di credenti appartenenti a religioni diverse e delle garanzie che uno Stato democratico deve offrire per salvaguardare la libertà di culto. Del resto è proprio l’essere «concittadini», il conoscersi, il vivere fianco a fianco, che porta a una diversa comprensione dell’altro. Dirà pure qualcosa, per esempio, il fatto che tra i pochissimi cantoni svizzeri che hanno respinto la norma contro i minareti ci siano quelli di Ginevra e di Basilea, caratterizzati dalla più alta presenza di musulmani. In Italia l’esito del referendum svizzero contro i minareti ha rinfocolato le polemiche, e non è mancato chi ha invocato misure analoghe anche nel nostro paese, impugnando di nuovo la croce come bandiera, se non come clava minacciosa per difendere un’identità culturale e marcare il territorio riducendo questo simbolo cristiano a una sorta di idolo tribale e localistico. Ma quando i cristiani perdono la memoria della «parola della croce», e assumono l’abito del «crociato», rischiano di ricadere in forme rinnovate di antichi trionfalismi, di ridurre il Vangelo a tatticismo politico: potenziali dominatori della storia umana e non servitori della fraternità e della convivenza nella giustizia e nella pace. A forza di voler ribadire la propria identità senza gli altri, si finisce per usarla e ostentarla contro gli altri. Se la croce è brandita come una spada, è Gesù a essere bestemmiato a causa di chi si fregia magari del suo nome ma contraddice il Vangelo e il suo annuncio di amore. La vera forza del cristianesimo è invece il vissuto di uomini e donne che con la loro carità hanno umanizzato la società. «Vi riconosceranno come miei discepoli se avrete amore gli uni per gli altri». La visibilità più eloquente non è quella di un elemento architettonico o di un oggetto simbolico, ma il comportamento quotidiano dettato dall’adesione concreta e fattiva ai principi fondamentali del proprio credo, sia esso religioso o laico.
Enzo Bianchi - La Stampa 7 dicembre 2009
Auguri a

René Brochet - 13 dicembre
Eleonora Di Marco - 19 dicembre
Charlotte Vuillermin - 19 dicembre
Giada Grosjacques - 19 dicembre
Intervista a Cleofa


Cleofa, noi viviamo in un universo di aggressività. Qual è la via del Vangelo? Il problema non è tanto sentirla, ma dove va a finire e capire quali sono i meccanismi più o meno raffinati con cui viene espressa l’aggressività, per poterla contenere. Dobbiamo essere realisti e riconoscere che il cammino della pacificazione è lungo, faticoso e richiede un impegno prima di tutto personale, e che può diventare comunitario e collettivo. Giovanni Battista propone un programma che prevede l’esatto contrario dell’aggressività: tessere il mondo della fraternità, costruire una terra con criteri di giustizia, rifare amicizia tra persona e persona.

Giovanni risponde usando per tre volte il verbo dare Sì. E’ il verbo del mondo nuovo, come Dio lo sogna: dare. In tutto il vangelo il verbo amare si traduce con il verbo dare. È legge della vita: per stare bene dobbiamo donare. Conta con quanta giusti¬zia, impegno, umanità, con quanta passione e autenti¬cità svolgiamo il nostro compito, là dove siamo. Così si vince il seme dell’aggressività.

C’è anche un’aggressività che veste panni religiosi, ed è ancora più pericolosa. Lo dimostrano il gran vociare intorno al referendum in Svizzera sui Minareti, le polemiche sui crocefissi. Se la croce è brandita come una spada, è Gesù a essere bestemmiato a causa di chi si fa bello magari del suo nome ma contraddice il Vangelo e il suo annuncio di amore.
a cura di Geremia Momo
12 dicembre 2009 - Email n°50 [Archivio]
In cerca di buone notizie. Se il mondo fosse monopolio dei pessimisti sarebbe da tempo sommerso da un nuovo diluvio; e se oggi la tragedia sembra inghiottirci, si deve alla malvagità di alcuni, ma soprattutto all’indifferenza della maggioranza. Il simbolo di troppa gente non ebbe, fin qui, che due articoli: “non vi è nulla da fare” e “tutto ciò che si fa non serve a nulla” Andrea Trebeschi - 1943

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Per Le Falabrac e Le Falabraquin, serata in pizzeria alle "Tre Dame" per scambiarsi gli auguri di Natale e per trascorrere un momento in allegria ed amicizia.
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