Ho conosciuto Mimmo Lucano molti anni fa. Faceva il maestro ed era di Riace, bellissimo paese di pietra chiara nel cuore della Locride, rimasto orfano di tanti cittadini andati altrove in cerca di fortuna. Qualche tempo prima, di fronte a un gruppo di profughi curdi approdati sulle coste del suo paese, Mimmo si era sentito chiamato in causa, corresponsabile. E di fronte alla loro sofferenza non aveva voltato la testa dall'altra parte. Con alcuni amici, il nucleo dell'associazione «Città futura Giuseppe Puglisi», se n'era occupato, li aveva accolti, aveva trovato loro una casa. E di case vuote, a Riace, ce n'erano tante: tutte quelle abbandonate dagli emigranti. È a quel punto che è scattata la molla, l'idea di trasformare l'emergenza in opportunità: perché non restaurare quelle vecchie abitazioni rimaste vuote, consegnarle ai nuovi migranti e così ripopolare il paese, restituendogli vita e identità? Con la fatica, con l'impegno quotidiano, l'intuizione è diventata una realtà concreta. Da quell'estate del 2000, quando ci siamo trovati in piazza a ragionare insieme a tanti giovani su come ognuno di noi può contribuire in prima persona al cambiamento, sono successe molte cose. Con le sue case risistemate, le sue botteghe artigiane animate da curdi, eritrei, somali, Riace è diventata un modello di accoglienza dei rifugiati e di sviluppo del territorio. Un modello che funziona e proprio per questo infastidisce. Nel tempo non sono infatti mancati gli avvertimenti, le intimidazioni anche pesanti contro un'esperienza forte, che nel suo crescere testimonia non solo che cambiare si può, ma che l'impegno di tutti sa produrre libertà e futuro.
di Luigi Ciotti – Avvenire 1° novembre 2009