...I care
Ho conosciuto Mimmo Lucano molti anni fa. Faceva il maestro ed era di Riace, bellissimo paese di pietra chiara nel cuore della Locride, rimasto orfano di tanti cittadini andati altrove in cerca di fortuna. Qualche tempo prima, di fronte a un gruppo di profughi curdi approdati sulle coste del suo paese, Mimmo si era sentito chiamato in causa, corresponsabile. E di fronte alla loro sofferenza non aveva voltato la testa dall'altra parte. Con alcuni amici, il nucleo dell'associazione «Città futura Giuseppe Puglisi», se n'era occupato, li aveva accolti, aveva trovato loro una casa. E di case vuote, a Riace, ce n'erano tante: tutte quelle abbandonate dagli emigranti. È a quel punto che è scattata la molla, l'idea di trasformare l'emergenza in opportunità: perché non restaurare quelle vecchie abitazioni rimaste vuote, consegnarle ai nuovi migranti e così ripopolare il paese, restituendogli vita e identità? Con la fatica, con l'impegno quotidiano, l'intuizione è diventata una realtà concreta. Da quell'estate del 2000, quando ci siamo trovati in piazza a ragionare insieme a tanti giovani su come ognuno di noi può contribuire in prima persona al cambiamento, sono successe molte cose. Con le sue case risistemate, le sue botteghe artigiane animate da curdi, eritrei, somali, Riace è diventata un modello di accoglienza dei rifugiati e di sviluppo del territorio. Un modello che funziona e proprio per questo infastidisce. Nel tempo non sono infatti mancati gli avvertimenti, le intimidazioni anche pesanti contro un'esperienza forte, che nel suo crescere testimonia non solo che cambiare si può, ma che l'impegno di tutti sa produrre libertà e futuro.
di Luigi Ciotti – Avvenire 1° novembre 2009
Auguri a

Davide Borello - 9 novembree
Intervista a Cleofa


Gino Strada racconta di Hajab, un combattente talebano. Rimase gravemente ferito in uno scontro contro i mujaheddin. Un mujaheddin, che avanzava all’interno dei territori controllati dai talebani, lo vide disteso per terra, in un mare di sangue, ed invece che dargli il colpo di grazia, lo caricò sul suo pic-up e lo portò fino all’ospedale più vicino gestito da Emergency. Cleofa, cosa pensi di questo fatto raccontato da Gino Strada? In un campo che segnava nettamente il territorio dei nemici, é avvenuto questo gesto ispirato all’umanità. E capita non di rado, che proprio nei territori dove una parte di umanità viene etichettata come non desiderata o nemica, che si avverano fatti come questo. Il fatto raccontato oggi dal vangelo è anch’esso ambientato in un territorio riservato agli esclusi.

Dunque Dio sia attento all’atteggiamento delle persone, alle motivazioni che le spingono ad agire… Sì, è proprio così, Dio osserva non il quanto, ma il come e il perché.

Non è immediato per noi che viviamo in una società che punta sulla quantità… Infatti è da notare il paradosso: mentre gli scribi, i farisei si pavoneggiavano ed occupano le prime pagine, il figlio di Dio si ferma proprio lì, tra gli esclusi, e qui vede nascere ungesto di umanità e di solidarietà.

Quali approfondimenti suggerisci? Come nelle nostre comunità, si possono produrre piccoli gesti di cambiamento, di umanità, di superamento e abbattimento di divisioni e muri? Come posso trasformare le mie amarezze della vita in gesti di fiducia e di gratuità? Come possiamo resistere e reagire alla cultura della forza, della visibilità? Quali responsabilità educative chiede di far emergere?
a cura di Geremia Momo
07 novembre 2009 - Email n°44 [Archivio]

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Il teologo Von Balthasar fa notare che il termine “comunità” può derivare dal termine cum-munio, che significa difendersi insieme, oppure, altra lettura, da cum munus, che vuol dire mettere insieme i propri doni.
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