«Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili» (Lc 1,52). Così il Magnificat. Il credente che non si sente dimenticato dal suo Dio, loda perché, come Maria, comprende che l’innalzamento degli umili non significa metterli al posto dei potenti: «le opere del Signore si compiono in altro modo rispetto alla maniera di esercitare il potere tra i capi delle nazioni: “Tra voi non sia così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore” (…). Se il verso del Magnificat significasse la semplice sostituzione dei potenti di turno con altri destinati a diventare a loro volta tali, sarebbe una celebrazione della Fortuna e non del Dio di Abramo, del Dio di Isacco e del Dio di Giacobbe. (…) L’umile resta sempre tale; lungi dal vergognarsi del proprio passato, ne celebra la verità. Di contro il potente, una volta spogliato della propria forza (e abbandonato da coloro che un tempo prestavano a lui interessati servigi) non può pubblicamente celebrare quello che ha perduto perché sa «di che lagrime grondi e di che sangue». (…) La verità ha un’autorità che la costituisce avversaria del potere esercitato grazie alla menzogna. Per questo i potenti hanno paura della verità fino al punto che l’occultamento e la manipolazione di essa divengono parte costituiva del modo di esercitare il loro potere. Le stesse considerazioni valgono per le calunniose strumentalizzazioni del vero da loro brandite come arma, sedicente pura, nei confronti degli avversari.
di Piero Stefani in “Koinonia-Forum” n. 166 del 10 ottobre 2009