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Molti si chiederanno come sia possibile che in Italia si manifesti per la libertà di stampa. Da noi non è compromessa come in Cina, a Cuba, in Birmania o in Iran. Ma oggi manifestare o alzare la propria voce in nome della libertà di stampa, vuol dire altro. Libertà di poter fare il proprio lavoro senza essere attaccati sul piano personale, senza un clima di minaccia. E persino senza che ogni opinione venga ridotta a semplice presa di parte, come fossimo in una guerra dove è impossibile ragionare oltre una logica di schieramento. Oggi, chiunque decida di prendere una posizione sa che potrà avere contro non un'opinione opposta, ma una campagna che mira al discredito totale di chi la esprime. (…) Qualsiasi voce critica sa di potersi aspettare ritorsioni. (…) Non si fanno domande in nome della propria superiorità morale. Si fanno domande in nome del proprio lavoro e della possibilità di interrogare la democrazia. (…) Non si sente che si sta perdendo qualcosa? Il paese sta diventando cattivo. (…) Però se qualsiasi voce che disturba la versione ufficiale per cui va tutto bene, non può alzarsi che a proprio rischio e pericolo, che garanzie abbiamo di poter mai affrontare i problemi veri dell'Italia?
Tratto da “Cosa vuol dire libertà di stampa” di Roberto Saviano - in “la Repubblica” del 2 ottobre 2009
Auguri a

Denis Muscarà - 10 ottobre
Crepaldi Paolo Roberto - 10 ottobre
Gérard Vuillermin - 13 ottobre
Matthieu Revil - 15 ottobre
Annick Gens - 17 ottobre
Intervista a Cleofa


Cleofa, quali riflessioni puoi fare parlandoci dell’incontro di Gesù con l’uomo ricco? “Signore, che cosa mi manca?”. E’ questa la domanda che il ricco pone a Gesù. Come capita sovente, la vita dipende non tanto dalle risposte che riceviamo, ma dalle buone domande che poniamo.

Tante volte la vita è come bloccata, in stallo, perché non vengono poste le domande giuste. E’ questo che vuoi dire? Sì, prendi per esempio l’adolescente: cresce e a matura proprio perché comincia a porre delle domande giuste e non banali sulla propria vita.

Ci sono cristiani la cui vera religione è il denaro e il potere. In nessun elenco dei comandamenti non è scritto “sii povero”. Infatti troviamo “non rubare”, “non testimoniare il falso”... e ben sappiamo quanto furto e menzogna siano strade che portano all’arricchimento. Finché ci sarà una sola persona al mondo priva del necessario per vivere dignitosamente e in libertà, dovremo cercarne la causa nell’accaparramento da parte di qualcun altro.

Per le nostre comunità vale lo stesso discorso? Sì, le comunità rimangono chiuse, rattrappite, ripetitive, in stallo e bloccate e che si accontentano di risposte già confezionate, piuttosto che porsi domande giuste e creative.

Ed ecco che interviene il Vangelo con il paradosso del cammello e della cruna dell’ago… Se la parola di Dio avesse il colore dei nostri pensieri, delle nostre vie, se fosse ovvia, perchè dovremmo venire in chiesa a leggere un libro che riproduce la fotocopia dei nostri pensieri? Ciò che quel ricco non ha capito e per questo se ne va triste, è che il Vangelo non mette in primo piano la rinuncia, ma la condivisione, il moltiplicare vita attorno a sé.
a cura di Geremia Momo
10 ottobre 2009 - Email n°40 [Archivio]

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