Gaza. Percorrendo il territorio della Striscia si è letteralmente «aggrediti» dalle immagini di distruzione lasciate dall’operazione «Piombo Fuso» dello scorso dicembre. Ancora oggi molti dei feriti nel conflitto rischiano la morte per carenze di farmaci e di cure appropriate. Nelle tendopoli costruite nei sobborghi della capitale per gli sfollati dei quartieri distrutti, gruppi di bambini cercano la serenità nel gioco; pochi la trovano; i più rimangono perdutamente tristi. Gli agricoltori sono già impegnati nelle attività di ripiantumazione degli ulivi distrutti. Sono i primi segni della voglia degli abitanti della Striscia di guardare al futuro. Ma i problemi degli agricoltori di Gaza non si sono conclusi con la fine dei bombardamenti. Al fine di contrastare il lancio dei missili Kassam su Israele, l’esercito israeliano non consente nessuna attività né presenza umana per un chilometro di distanza dalla linea di confine. Considerando che la Striscia di Gaza è larga da 4 a 6 chilometri, questa misura di sicurezza causa una perdita consistente di terreni coltivabili. Percorrendo le strade di Gaza, giungo casualmente in prossimità dello stadio. Purtroppo mi informano che il campionato è ancora sospeso. Rientrando una sera per le strade buie della periferia di Gaza, incontro un ragazzo che vende tortorelle. Il suo sguardo smarrito, la gabbia tenuta stretta al petto, gli uccelli impazziti contro le maglie arrugginite, sono per me l’immagine emblema del popolo palestinese, prigioniero in un territorio devastato, spaventato da un presente minaccioso, rassegnato ad un futuro incerto.
di Fabio Proverbio - Avvenire 1° settembre 2009