Con la legge Maroni, entrata in vigore l’8 agosto, chi si vuole sposare, all’atto delle pubblicazioni, deve presentare il permesso di soggiorno oppure niente nozze e in alcune città (Milano, Bologna e Verona) sono già stati negati decine di matrimoni. Famiglia Cristiana punta l’indice contro «una legge che sembra scritta da don Rodrigo». Già il vescovo Domenico Sigalini, segretario della commissione Cei per le Migrazioni e assistente ecclesiastico generale dell’Azione Cattolica, aveva richiamato il Concordato e messo in guardia dagli «effetti impropri» sui fiori d’arancio. «Si tratta di un sacramento, quindi in assenza di impedimenti canonici, non neghiamo il matrimonio». E aggiunge Famiglia Cristiana: «Una proposta di legge simile, in Francia, è stata bocciata dal Tribunale costituzionale. Invece a Verona e in Italia le nozze non s’hanno da fare. Con buona pace dei clandestini, badanti comprese, che non hanno il diritto d’innamorarsi, amarsi e creare una famiglia fondata sul matrimonio e protetta giuridicamente». E ciò «in spregio a un diritto fondamentale della persona, sancito dalla Costituzione (agli articoli 29 e 30), dalle leggi dell’Unione, dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, da quel diritto naturale e universale che muove il mondo e che è alla base del Vangelo: l’amore». Intanto, «dimenticando i veri problemi del paese, la Lega chiede presidi e professori autoctoni, dialetto a scuola (ideale per formare cittadini europei), gabbie salariali, giudici eletti dal popolo, sottotitoli in dialetto delle fiction, cambio dell’inno nazionale».
di Giacomo Galeazzi in “La Stampa” del 18 agosto 2009