...I care
In un incontro a Casa Favre (St. Jacques), nella memoria di Michele Do, abbiamo parlato del dolore. Parlarne è quasi profanarlo, è come toccare senza attenzione ferite aperte: eppure, ad un certo punto, abbiamo bisogno di qualche parola delicata e trepidante, per illuminare possibilmente quegli spazi, altrimenti oscuri, che il dolore scava dentro di noi. Bisogna purificare la religione dal dolorismo, dall’ideologia sacrificale che ha bisogno di vittime. Non è la sofferenza che redime, ma l’amore coraggioso, che sa gioire e sa soffrire. Cristo non è la vittima necessaria, ma è il forte e coraggioso che ama "sino in fondo", che accetta la sfida del mondo, perciò con l’amore e la vita vince il male e la morte. Il Padre non vuole il sacrificio del Figlio; sarebbe un mostro. I sacrifici sono finiti. Rimane il donarsi, che è atto sacro. Nel cristianesimo attuale c’è ancora un’ideologia sacrificale. Invece: “Misericordia voglio e non sacrificio”.
Enrico Peyretti
Auguri a

Giulia Sedda - 5 agosto
Astrid Berguet - 7 agosto
Intervista a Cleofa

Cleofa, tu che eri presente alla moltiplicazione dei pani e dei pesci, quale fu la reazione di Gesù? Ne fu soddisfatto? Sì e no. Si era davvero commosso davanti a tanta gente affamata. Poi però, quando lo cercano solo per veder ripetere il miracolo, si rattrista, come a dire: “Non avete capito niente, per voi la vita è solo questione di sazietà”.
Vuoi dire che la sazietà può essere un danno per la persona e per la sua crescita? Sì, è proprio così. D’altra parte, a volte, la tristezza è diffusa proprio dove non si penserebbe di trovarla, cioè là dove c’è benessere smisurato e sazietà. Anche se non si dovrebbe parlare di tristezza, perché la tristezza è un sentimento forte, che presuppone coscienza e vitalità interiore. Si dovrebbe parlare piuttosto di svogliatezza, di noia, di insoddisfazione che guasta la gioia di vivere. E’ un muro disarmante trovarsi davanti una persona (giovane o adulta) che ha tutto ma che vive la vita come una noia. E allora le azioni più assurde sono una scorciatoia per trovare l’illusione di qualcosa che riempia la vita, come una forte emozione. Dunque la sazietà può produrre indifferenza verso gli altri, verso Dio, in un clima di continua noia e scontentezza. Nella Bibbia, a proposito della manna, Dio proibisce l’accaparramento: quello che eccedeva al fabbisogno giornaliero deperiva.
Il pane di Dio ha a che fare con il bene insostituibile della libertà? Certo, questo è il secondo aspetto del discorso che Gesù fa sul pane, cioè su di lui. Era già successo agli ebrei nel deserto: quando il cammino si faceva faticoso, gli ebrei appena liberi, si mettevano a rimpiangere i giorni della schiavitù. Dicevano: “Eravamo schiavi ma sazi”.
Ma la razza dei faraoni non si è estinta. No. Esistono ancora oggi faraoni potenti che vendono la sazietà e si comperano la libertà della gente. E pensare che Dio è così rispettoso della libertà individuale che è disposto a correre il rischio che il figlio gli volti le spalle e vada a sperperare l’eredità lontano.
Che senso ha dunque per il discepolo di oggi, ritrovarsi in comunità per l’eucarestia? Il senso consiste nel ritrovarci ogni domenica, per assaporare il pane che ci mette in guardia dalla sazietà e che ci invita a non vendere per nessun motivo la nostra libertà interiore a nessuno. Ci ritroviamo insieme, come diceva l’Abbé Pierre, per pregare Dio affinché dia pane a chi ha fame, e dia fame a chi il pane già ce l’ha.
a cura di Geremia Momo
01 agosto 2009 - Email n°31 [Archivio]

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