Testimonianza di D.M. Turoldo dedicata al quarantesimo anniversario della liberazione (1945 - 1985). Da chi e da che cosa ci siamo liberati? Sono stati veramente vinti e «sepolti in mare cavalli e cavalieri» del Faraone? O piuttosto, non si è abbattuto un Faraone e assistito alla comparsa di altri Faraoni? Oh, quanti fascismi, e nazismi, e razzismi ancora! (…) A liberarci non sono gli uomini e le ideologie. Se è un uomo a liberarmi, io sarò schiavo di quell’uomo. La liberazione è molto più misteriosa e radicale, tanto da travolgere e superare ogni ideologia. Ogni ideologia, per quanto rivoluzionaria, una volta arrivata al potere sarà sempre una forza conservatrice: se non altro, per conservare il potere che ha conquistato. È così anche per il cristianesimo, qualora lo si riduca a ideologia. (…) Ho imparato sulla pelle che la liberazione è sempre un miraggio, e che raramente è una realtà; o meglio, un miraggio da realizzare tutti i giorni. Perché ho imparato che ogni uomo – e tanto più un cristiano! — deve ritenersi sempre un «resistente»: uno nel deserto, appunto. Perché la Terra Promessa è sempre da raggiungere; come il «Regno» ha sempre da venire; e Cristo è per definizione «posto a segno di contraddizione tra le genti». Perciò la Resistenza fa corpo con lo stesso essere cristiano. Ho scritto un giorno: «Beati coloro che hanno fame e sete di opposizione»; oggi aggiungerei: «Beato colui che sa resistere».
di David Maria Turoldo - da “Ritorniamo ai giorni del rischio” – 1985 (il testo completo su www.finesettimana.org)