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La strada deve tornare a essere il riferimento simbolico e operativo di ogni esperienza cristiana. Non è il solo luogo dove vivere un’esperienza cristiana. Ma è il luogo in cui si esprime tanto la povertà delle persone (non solo materiale, anche di sensi, significati e valori) quanto la liberazione. La strada esige fedeltà e lealtà. Ci chiede di leggere i cambiamenti e le trasformazioni. Ci chiede, ieri come oggi, di esserci. Di impastarci con la storia, uscire dai nostri recinti, nicchie troppo protette. Ci educa all’autenticità, ad accogliere l’altro e riconoscerlo. Sulla strada si impara. Non s’insegna, o s’insegna poco. La strada è il luogo dove ogni sapere cozza contro i suoi limiti. E’ un luogo di educazione permanente. Richiede conoscenza. Ma diffidate di chi crede di aver capito tutto. La strada ci impone un continuo ascoltare e interrogarci. Oggi vedo un grande peccato: la mancanza di profondità. Troppe parole non vere, senza verifica e senza controllo. L’informazione è povera, e invece c’è bisogno di una volontà di sapere che sappia scendere in profondità. Perché se si scende in profondità si sale in altezza. Abbiamo bisogno di più conoscenza e più verità. E di più denuncia. Mi farebbe piacere se i vescovi avessero un po’ di coraggio in più. Guai se in nome di un principio non si accolgono le persone. Purtroppo invece, oggi, i pregiudizi resistono. La strada ci ricorda che gli altri siamo noi. E l’incontro con gli altri non è fatalità né caso. E’ un dono. di don Luigi Ciotti, in “La Stampa” del 25 giugno 2009 intervento al 33° Convegno nazionale delle Caritas

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